Incanaliamo le energie…positive

Vi è mai capitato di assistere a scene di alunni urlanti perché lasciati momentaneamente da soli…?  Oppure al brusio diffuso, che nasce sottomesso quando entra in classe una figura diversa dall’insegnante abituale e in poco tempo sovrasta una normale conversazione…? O ancora a improvvise telefonate che giungono inaspettate dalla direzione e interrompono una normale attività scatenando confusione…?

A quanti di voi è capitato? A quanti capita ancora? O meglio perché capita?  Quante volte, nonostante mille raccomandazioni, comunque succede? Forse perché vivono il momento della lezione come tempo oppressivo, non da protagonisti, carico di doveri e obblighi che non si comprendono. Alla prima occasione cercano di ”evadere” verso momenti più liberi?Risultati immagini per immagini di classi indisciplinate

Come riuscire ad incanalare in modo positivo tutta l’energia trascinante dei nostri piccoli alunni? Diciamo che per arrivare a questo è necessario lavorare sulla relazione.

Ma cosa significa nell’ottica della Scuola del Gratuito? Significa accogliere prima di tutto chi ho davanti a me senza pregiudizi, senza giudizi.  Tutti gli alunni che arrivano a scuola passano attraverso fasi di crescita, legate alle loro caratteristiche, ai loro vissuti, alle loro famiglie, alle loro esperienze, alle loro capacità di mettersi in relazione. Compito nostro è “conoscerli” per scoprirli…Da qui poi si procede… Ma come? Attraverso il dialogo.

Se pensiamo a Socrate, la cui arte è nota a noi tutti grazie al suo allievo Platone, ricorderemo che non aveva l’atteggiamento di uno che voleva istruire gli altri, ma dava l’impressione di voler imparare da quelli con cui parlava. Nell’affrontare un problema inizialmente si limitava a fare domande fingendo di non sapere nulla e durante il dialogo aiutava l’altro a rendersi conto dei punti deboli e delle eventuali contraddizioni presenti nel modo di pensare del suo interlocutore. Proviamo a focalizzare le caratteristiche del dialogo socratico: può essere svolto da un gruppo di persone interessate e motivate a dare una definizione di un concetto attraverso un’analisi accurata di ciò che esso sia o non sia, guidate da un filosofo che svolge il ruolo di facilitatore.

L’obiettivo è trovare una risposta alla domanda “Che cos’è” riferendosi ad un concetto universale. Inizialmente è necessario scegliere l’argomento che emergerà dagli interessi dei partecipanti attraverso diverse proposte che potranno essere votate al fine di raggiungere un accordo.Per poter calare in concreto la tematica si chiede ad ogni partecipante di raccontare brevemente un’esperienza vissuta inerente all’argomento scelto. Si chiede ai partecipanti di sintetizzare l’esperienza con una parola chiave o una breve frase. Si tratta di scegliere una risposta condivisa dai diversi partecipanti e perciò tutti sono coinvolti nella costruzione della definizione. Una volta scelta la definizione è importante fare un’ulteriore discussione critica per verificare se è valida per tutte le esperienze narrate e ogni eventuale modifica richiede il consenso di tutti. Non si tratta di una competizione che attribuisce la ragione ad una o più persone ma di un lavoro di gruppo stimolante che insegna la partecipazione attiva, l’ascolto, la tolleranza e il rispetto del pensiero altrui. Il dialogo socratico è un “venirsi incontro”, accorciando le distanze tra i partecipanti per arrivare ad una condivisione. Quali sono i vantaggi:Risultati immagini per immagini di alunni in classe

– ogni partecipante ha il suo spazio e le diverse visioni dello stesso problema vengono prese in esame, accolte, con l’apertura mentale di chi è consapevole che possono esistere diversi punti di vista sulla stessa tematica.

– Ricerca di gruppo che stimola nuove domande in chi partecipa alla conversazione.

Separazione tra l’opinione o il pensiero da chi lo espone attraverso la sospensione del pre – giudizio e del giudizio nei confronti di chi parla.

Questo avviene raramente se pensiamo che, in un dibattito ad esempio, molto spesso ha la meglio chi riesce a convincere l’altro con un lessico persuasivo o grazie ad abilità comunicative oppure usando l’aggressività. Questo non ha nulla a che vedere con la condivisione e con la partecipazione di chi si mette in gioco nella conversazione Oggi questa pratica potremmo chiamarla Brainstorming, tecnica creativa di gruppo, nata intorno agli anni 60, per far emergere idee volte alla risoluzione di un problema. Oggi usata in molti campi dalla pubblicità, alla risoluzione di un problema, dalla costruzione di una squadra alla pianificazione d’impresa…L’insegnante assume il ruolo di facilitatore, per farlo attraverso una

Pedagogia non direttiva: consiste nella necessità di rinnovarsi, cambiare in modo profondo la propria concezione della didattica, in pratica una figura che non impone nulla, non svolge delle semplici lezioni, almeno che gli alunni non lo chiedano e non interroga. (Carl Rogers afferma che nulla può essere insegnato, ma solo autonomamente appreso). Ciò implica prima di tutto una revisione dei rapporti tra docente e alunno, una relazione improntata alla crescita reciproca, dove gli apprendimenti significativi sono anzitutto sul piano della personalità di ciascuno.  Seppure la relazione debba essere pienamente personalizzata ciò avviene all’interno di una complessa dinamica di gruppo, dove la circolazione democratica della comunicazione costituisce un altro elemento di differenza rispetto alla normale pratica scolastica. Con il compito di far circolare il dialogo stimolando il pensiero critico e creativo, ma anche prendendosi cura dell’aspetto relazionale.

Il “perdere tempo”, così definito oggi da molte insegnanti diventa occasione di crescita, non solo ma il tempo “perso” viene recuperato in autonomia, responsabilità, desiderio di confronto, lavoro vero e proprio.È più facile attribuire colpe ai bambini vivaci di oggi, o alle famiglie, o alle colleghe degli anni precedenti. Nella mia pratica didattica, attraverso la SdG questo tempo “perso” …lo perdo volentieri perché i frutti che raccolgo sono tanti. Ci vuole pazienza e desiderio di cambiamento. Cominciando dal primo giorno di scuola risolvendo i conflitti che naturalmente nascono all’interno di un gruppo classe che non si conosce e che ha bisogno di conoscersi, semplicemente raccontandosi l’episodio successo e trovando una soluzione, dando modo ad entrambi i protagonisti di “ascoltarsi” cosa difficile oggi e di proporre risoluzioni alternative alle sberle, calci e spintoni.

Saper riconoscere lo sbaglio, o lo scherzo un po’ pesante, o la battuta poco simpatica è possibile se guidati a riflettere all’interno di un gruppo di pari dove ognuno è libero di esprimere le proprie idee e le proprie emozioni, anche negative.

Avere il coraggio della verità, perché dire “sono stato io” non è facile, ma se il tutto avviene all’interno di una relazione significativa dove l’adulto non sgrida, non umilia, non ricatta, ma accetta lo sbaglio e insieme al bambino o al gruppo trova una soluzione, è possibile. E che maturità acquisiscono questi bambini che si riconoscono limitati ma senza l paura del giudizio…nemmeno gli adulti sono capaci. E torno così al titolo iniziale…In questo modo possiamo incanalare la potente energia che i bambini hanno in qualcosa di positivo, scelto da loro, perché discusso e condiviso, non calato dall’alto ma appreso nel modo più semplice possibile e nella libertà di dare sé stessi. Nasce in loro fiducia nelle proprie capacità, perché si sentono riconosciuti e nel, momento in cui si chiede loro fiducia, la restituiscono.

E quando la maestra dovrà uscire dall’aula ognuno continuerà a fare il suo lavoro o ad iniziarne un altro nell’attesa del suo rientro…in silenzio e autonomia perché dando fiducia si ottiene fiducia.

(di Lucia Bolcato)

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Studenti, non arrendetevi

Partecipare o assoggettarsi alla scuola? A 50 anni dalle contestazioni  studentesche del ’68 e a confronto con esse  oggi diremmo senz’altro la seconda. La partecipazione degli studenti alla scuola, è  ovvio, assume caratteristiche diverse  secondo l’età e il percorso  frequentato: partecipare nella scuola primaria significa essenzialmente interagire con l’insegnante ma già alla scuola media è possibile cooperare attivamente e con senso della responsabilità alla gestione di compiti interni. Solo alle scuole superiori è normativamente prevista una partecipazione concreta degli studenti agli organi collegiali con la possibilità di riunirsi in assemblee autoconvocate e autogestite.Risultati immagini per immagini di bacheche degli studenti

Come sfruttano gli studenti questa possibilità di esercizio della democrazia? Spesso in modo rinunciatario  o proteso al divago . Un tempo certe assemblee studentesche  erano fucine di discussione sui temi della gestione  della scuola , del potere degli insegnanti,  sul senso dell’istruzione pubblica, , del futuro professionale. Oggi entrando in una scuola che applica la settimana dell’autogestione degli studenti ci si imbatte in tornei di briscola, corsi di ballo o di giocoleria, al massimo cineforum ; le bacheche degli studenti non riportano più il sentore di un coscienza comune ma corsi di arti marziali, inviti a conferenze, istruzioni per borse di studio Nei consigli di classe i rappresentanti degli studenti non sanno cosa proporre perché non hanno una base che li sostenga, così tutte le decisioni importanti finiscono per essere monopolio degli insegnanti. Non tutto è così ovviamente ma questa è l’aria che tira, il vento di rassegnazione che spira per la maggior parte. Un vento che ha colpito da tempo la partecipazione delle famiglie e poi anche degli studenti , che fa comodo al sistema sociale per non essere incrinato. Non fa bene al cuore vedere giovani così rassegnati, incapaci di pensare una scuola diversa , una loro capacità di gestione  e di decisione nelle scelte, di opporsi al ricatto dei voti, di pretendere un insegnamento più motivante, delle aule decenti, insegnanti  capaci di volergli bene.  Da l’idea della sconfitta. Sul muro di una scuola uno studente o studentessa ha scritto : ” insegnanti, bastardi, se volete insegnare fatelo col cuore”. Un grido scomposto forse ma anche un grido di speranza.

Studenti non arrendetevi, la scuola è la fucina del vostro futuro. Pretendete, pretendete, pretendete, che sia il luogo dove poter costruire la speranza . Perché  pretendere è lecito se c’è in ballo la felicità.

Ripensiamo la scuola

 

Auditorium San Barnaba stracolmo per il convegno indetto dall’Associazione Montessori di Brescia Sabato 29 Settembre sui  temi della valutazione e dei compiti a casa. In realtà un confronto aperto a tutto campo sulla scuola tra opinioni diverse  e stimolanti . Relatori  Rosa  Giudetti  Presidente  dell’Associazione bresciana, Patrizia Enzi psicopedagogista dell’Opera Nazionale Montessori, Maurizio Parodi del movimento “Basta Compiti”, Ferdinando Ciani della Scuola del Gratuito, Raffaele Mantegazza docente universitario della Bocconi, Davide Tamagnini  e Alex Corlazzoli maestri  e  sperimentatori di didattiche attive.

Alcuni stimoli, tra i tanti emersi, meritano di essere particolarmente sottolineati . Rosa Giudetti ricorda come  Maria Montessori pensasse che l’educazione del tempo spingesse all’individualismo e all’egoismo , aggiungendo come la scuola oggi sia un luogo dove si lavora per interesse e non per passione. Una passione che basterebbe ai ragazzi per imparare senza l’insofferenza di ingenti carichi di compiti  che li privano del diritto al gioco e allo svago; nulla prova, afferma Parodi, che i compiti  casalinghi migliorino la preparazione degli allievi tanto che in Finlandia, eccellenza tra le scuole mondiali, sono stati aboliti.

Abolire i compiti tuttavia è una opzione estrema sostiene Ciani; essi possono avere una loro funzione se intesi come facoltativi cioè non soggetti a ritorsioni o  punizioni da parte dell’insegnante. Una piccola quantità di compiti a casa  può aiutare l’allievo a misurarsi con la propria autonomia. La valutazione inoltre va cambiata , non più voti ma dialogo che valorizzi gli allievi sottolineandone gli aspetti soprattutto positivi.

Il compito , secondo il prof.Mantegazza, deve servire a ripensare le esperienze fatte . Non è una questione di darli o non darli è una questione di renderli belli: la scuola cambia non tanto perché si danno o non danno compiti ma se i ragazzi sono felici di apprendere.

A tal proposito la Dottoressa Enzi nel presentare il metodo Montessori ricorda alcuni fattori importanti perché la scuola sia un luogo di apprendimento felice: osservazione e non misurazione del bambino, valutazione che serva all’insegnante per comprendere come lui stesso deve cambiare per rendere l’apprendimento più interessante, attenzione al processo di apprendimento e non al prodotto cioè al traguardo da raggiungere, rispetto delle regole senza premi e punizioni, fiducia per ottenere responsabilità. Le belle esperienze di Tamagnini e di Corlazzoli che da anni sperimentano nella scuola primaria metodi attivi e cooperativi concludono un convegno fuori dai soliti canoni in cui  si è assistito, con momenti di confronto anche accesi, ad una ricerca sincera della verità educativa e del senso del cambiare la scuola. Su di una cosa certamente si è convenuto: ripensare la scuola non è un atto  fine a se stesso, non basta creare modalità di vita scolastica più serene, occorre una scuola che insegni ai ragazzi a pensare  e a impegnarsi perché il fine della scuola non è quello di servire il pensiero dominante ma  quello di cambiare in meglio questa società.


Cos’è la scuola del gratuito

La “scuola del gratuito” è un progetto pedagogico che si pone come obiettivo un’educazione capace di liberare la scuola e la società dai disastrosi condizionamenti della cultura del “profitto”. leggi tutto

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