Recensione di:

Daniel Pennac, Diario di scuola,
Feltrinelli (2008)

Nella sua prosa piana, ma mai banale, Pennac ripercorre col sorriso sulle labbra la faticosa storia della sua carriera scolastica da “somaro”.

Divenuto professore, si trova per tanti anni ad insegnare francese nelle scuole della violenta periferia parigina, dove ogni giorno raccoglie la sfida di avvicinare al sapere tanti giovani delusi e sconfitti dalla scuola.

Dal racconto delle sue esperienze, Pennac arriva ad affrontare il sentimento di impotenza che affligge molti insegnanti davanti a classi problematiche: il fatto è che l’insegnante oggi non è preparato a confrontarsi con il “bambino cliente”, cioè il bambino consumatore, che ha potere d’acquisto e che è stato educato a misurare l’amore in termini di possesso delle cose e soddisfacimento immediato delle sue richieste (non dei suoi bisogni reali).

Riflette Pennac: “Duro compito per l’insegnante questo conflitto tra i desideri e i bisogni! E dolorosa prospettiva per il giovane cliente, doversi preoccupare delle proprie necessità a scapito dei propri desideri…e doverle pagare, queste conoscenze scolastiche, mentre la soddisfazione dei desideri non impegna minimamente!” A questo punto, l’autore passa in rassegna la figura di pochi suoi insegnanti che lo hanno salvato e si accorge di un elemento costante: “avevano certamente altri interessi, una grande curiosità che doveva alimentare la loro forza, il che spiegava la densità della loro presenza in classe…Non era soltanto il sapere che quei professori condividevano con noi, era il desiderio stesso del sapere! E ciò che mi comunicarono fu il piacere di trasmettere. Perciò andavamo a lezione affamati come lupi.” L’ingrediente che alla fine del libro viene svelato e che risulta essere indispensabile nel rapporto educativo è l’amore: “erano insegnanti che non mollavano mai. Non si lasciavano ingannare dalle nostre ammissioni d’ignoranza…Mi sembrava che avessero uno stile. Non direi che ci sentissimo amati da loro, ma di certo considerati, considerazione che si manifestava fin nella correzione dei nostri compiti, dove i loro commenti erano sempre rivolti a ciascuno di noi individualmente.”

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