Perché l’INVALSI fa male alla scuola

In prossimità dei tests INVALSI di Maggio ormai imposti a tutte le scuole primarie e secondarie di primo grado italiane vi presentiamo la sintesi di un intervento molto interessante  a firma di Girolamo De Michele, da “tecnicadellascuola.it” 21.04.2013

 

 

Immaginate di venire a sapere che l’autista dell’autobus, il macchinista del treno della metropolitana o del FrecciaRossa, il pilota dell’aereo su cui state viaggiando, abbia conseguito la patente senza esami e prove pratiche di guida, ma solo con l’esame scritto fatto con una serie di test a risposta multipla e di qualche sessione su un simulatore di guida come quelli che trovate nelle sale giochi. 

Affidereste il futuro vostro e dei vostri cari a questi mezzi, questi conducenti, a questo sistema di trasporto?

Eppure il futuro del Paese, o almeno quella rilevante porzione di futuro che dipende dall’esistenza di una buona scuola, dall’acquisizione di una buona istruzione, dalla capacità di interagire con il mondo e con gli altri attraverso un sapere adeguato e flessibile: questo futuro, che è quello delle prossime generazioni, è nelle stesse condizioni di quei guidatori e di quei mezzi di trasporto. “Perché ce lo chiede l’Europa”, ci viene detto: come se l’Italia non fosse parte integrante di questa Europa, non avesse voce in capitolo, non partecipasse ai momenti decisionali.

Da alcuni anni – dal 1990, per fissare un punto d’inizio – i sistemi scolastici sono invasi da un’ansia, un’ossessione compulsiva, una coazione inderogabile alla misurazione. “Misurazione”, non “valutazione”: siamo tutti donne e uomini di scuola, e l’esattezza delle parole è importanti. Se prendo un Piano dell’offerta formativa, uno qualunque, trovo scritto che “Valutare non significa solo misurare i livelli raggiunti nelle singole prove orali, scritte e pratiche, ma considerare l’acquisizione di un metodo di lavoro adeguato agli obiettivi prefissati, i progressi compiuti, il livello delle capacità possedute rapportate alle operazioni cognitive richieste, la qualità delle conoscenze e delle competenze acquisite. Alla valutazione finale concorrono anche l’interesse, l’impegno, la motivazione e il coinvolgimento nel lavoro educativo”. Dove non si ha la possibilità, o la volontà, o l’interesse, a considerare questi criteri c’è una mera rilevazione, al più una misurazione, non una valutazione.

Dicevamo: è dal 1990 che prende l’avvio quest’ansia misuratrice. Dal rapporto Istruzione e competenza in Europa dell’ERT (European Round Table of Industrialists), potente lobby industriale decisa a lanciarsi nel mercato dell’insegnamento. In questo rapporto si afferma che “l’istruzione e la formazione sono considerate come investimenti strategici vitali per il futuro successo dell’impresa”, e si deplora il fatto che che “l’industria ha soltanto una modestissima influenza sui programmi didattici”. Tre anni dopo, nel Libro verde sulla dimensione europea dell’educazione redatto dalla Commissione Europea si asseriva la necessità di formare delle “risorse umane per i bisogni esclusivi dell’industria” e favorire “una maggiore adattabilità di comportamento in maniera da rispondere alla domanda del mercato della manodopera” sin dalla scuola materna: gli studenti diventano “clienti” o “capitale umano”, i corsi “prodotti” o “mercato del lavoro”, le famiglie “utenza”. Quanto agli insegnanti, un documento Ocse del 1996 li definisce “coloro che non costituiranno mai un mercato redditizio, e la cui esclusione dalla società in generale si accentuerà nella misura in cui gli altri continueranno a progredire”: in un mercato mondiale della formazione reso possibile dalle nuove tecnologie, “l’apprendimento a vita non può fondarsi sulla presenza permanente di insegnanti”, ma dev’essere assicurato da “prestatori di servizi educativi”.

Questi documenti sono, per così dire, l’inizio del processo evolutivo della scuola, di cui oggi vediamo gli esiti. Ma, com’è noto, è sempre l’anatomia dell’uomo che spiega quella della scimmia – con la trascurabile eccezione di qualche testardo creazionista -, e non il contrario. L’anatomia dell’oggi ci parla di superamento di test a scelta multipla come strumenti di valutazione: test che premiano “una forma peculiare di intelligenza analitica, apprezzato dai gestori e dalle imprese del settore finanziario che non vogliono che dipendenti pongano domande scomode o verifichino le strutture e gli assiomi esistenti: vogliono che essi servano il sistema. Questi test creano uomini e donne che sanno leggere e far di conto quanto basta per occupare posti di lavoro relativi a funzioni e servizi elementari. I test esaltano quelli che hanno i mezzi finanziari per prepararsi ad essi, premiano quelli che rispettano le regole, memorizzano le formule e mostrano deferenza all’autorità. I ribelli, gli artisti, i pensatori indipendenti, gli eccentrici e gli iconoclasti – quelli che pensano con la propria testa – sono estirpati”. Queste parole sono di Chris Hedges, un giornalista che dopo aver raccontato la guerra in Irak, è tornato in patria per raccontare un’altrettanto drammatica guerra: quella che il governo statunitense sta conducendo contro il diritto all’istruzione. La critica di Chris Hedges, accanto a quelle condotte in Gran Bretagna, Francia, Finlandia sulle derive cui hanno condotto l’adozione dei test di valutazione come criteri didattici, ci dicono che il frame del “non possiamo essere gli unici in Europa” è, oltre che logicamente scorretto, falso: in realtà stiamo adottando la mela bacata che altri paesi cominciano a rifiutare, e che nondimeno ci viene offerta. 

Ancora uno sguardo sull’anatomia della scuola dei test. È capitato due anni fa – lo abbiamo raccontato io e il collega Matteo Vescovi – che gli studenti abbiano dovuto rispondere a dei quiz predisposti dall’Invalsi su un racconto di Mario Rigoni Stern. E che quei quiz fossero errati, talora in modo grave. È grave che alla domanda sulle intenzioni dell’autore sia indicata come errata la risposta “Dichiarare apertamente la sua avversione alla guerra ed esortare i giovani ad evitarla”.

È altrettanto grave che gli studenti siano stati obbligati a scegliere una tra le quattro diverse interpretazioni possibili del testo, come se le altre tre non fossero state – e lo erano – altrettanto plausibili: come se un grande scrittore non sia tale proprio per la sua capacità di comunicare non una sola, ma più cose all’interno del proprio testo. Come se non fosse compito della scuola insegnare a comprendere che ci sono diverse prospettive, punti di vista, interpretazioni di uno stesso oggetto. Come è possibile che accada una cosa del genere? Succede così: qualche oscuro tecnocrate esterno alla scuola prepara un test di rilevazione, lo inserisce in una busta che, sigillata, viene inviata alle scuole, nelle quali il dirigente si limita a trasmettere detta busta ai “somministratori”, che si consiglia dover essere docenti esterni tanto alla classe quanto alla materia, e da questi nelle mani e nelle menti degli studenti, che appongono sotto sorveglianza le loro debite crocette; questi test sono poi restituiti ai correttori, che con l’ausilio di uno scanner (quando va bene), o a mano conteggiano le risposte e trasmettono all’INVALSI gli esiti, affinché il “gruppo di esperti” esterno alla scuola elabori una misurazione (che viene spesso disinvoltamente spacciata, o confusa, o scambiata per “valutazione”), che a sua volta viene di nuovo trasmessa alle scuole. In nessuno di questi passaggi è attiva una qualche intelligenza critica che, esaminando i testi delle prove, può esercitare un legittimo diritto di interdizione fondato sul riconoscimento del danno che queste prove causano a cose come didattica, apprendimento, formazione, pensiero critico e altre sciocchezze. Coloro che lavorano nella scuola come insegnanti o dirigenti sono invitati a dismettere le proprie vesti e le proprie intelligenze e rivestire per un giorno quelle del passacarte, del burocrate cieco, sordo e muto al servizio di una macchina ottusa: come personaggi kafkiani, sono misuratori, e dunque misurano.

 

Post scriptum: in periodo di crisi e di tagli alla scuola, si sappia che i test di valutazione Invalsi sono costati, lo scorso anno, 8 milioni. E che il Direttore generale dell’Invalsi percepisce uno stipendio annuo di € 152.886,93.

 

 

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1 Response to “Perché l’INVALSI fa male alla scuola”


  1. 1 Andrea Occhi 18 giugno 2013 alle 00:52

    il pilota dell’aereo su cui state viaggiando, abbia conseguito la patente senza esami e prove pratiche di guida, ma solo con l’esame scritto fatto con una serie di test a risposta multipla e di qualche sessione su un simulatore di guida come quelli che trovate nelle sale giochi.

    i test di teoria per la licenza ATPL (Airline Transport Pilot License), CPL (Commercial Pilot License) e PPL (Private Pilot License) sono a risposta multipla (e su una base di domande conosciute, per quanto discretamente ampia, per l’ATPL, qualche decina di migliaia di domande).
    L’esame per la patente di guida (A e B) idem.

    Esistono simulatori che sono certificati per il conseguimento del Type Rating completo senza l’utilizzo di un aereo reale, e per quelle macchine che non l’hanno, l’addestramento a bordo ricopre un tempo marginale rispetto al tempo passato su un simulatore (anche se ben diverso da quello di una sala giochi, la sostanza è quella: uso un oggetto fittizio che simula situazioni reali).

    Non conosco la situazione sui treni, ma suppongo che anche qui l’addestramento a un simulatore occupi una parte consistente, se non preponderante rispetto all’addestramento su un treno reale.

    Quindi la premessa iniziale scricchiola un po’…


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