Due modelli a confronto

Un simpatico e interessante confronto tra la scuola attuale con i suoi paradigmi fondati sul controllo e la coercizione  e un tipo di scuola attiva basata sulla motivazione e la responsabilità ci viene da un lavoro di Grazia Honegger su “Valutazione e meritocrazia”  n. 18 del 2013 della  rivista  “Gli Asini”. Ne presentiamo qui una sintesi adattata alle esigenze di spazio del blog. L’autrice  fa  riferimento a modalità pedagogiche alternative riferite presumibilmente al primo ciclo scolastico ma  che, a nostro avviso,  possono essere adattate con un po’ di creatività anche alle scuole superiori dove il mito del voto e dei programmi sembra resistere  ad ogni tentativo di ammorbidimento.

Scuola tradizionale

1) Ambiente classe caratterizzato da banchi in file e cattedra frontale. Posizione seduta di ascolto.Banchi pesanti difficili da spostare. Posti fissi per ogni alunno.

2) Tempi di attività costantemente indicati dagli adulti; senza di loro non c’è azione di alcun tipo: sorveglianza continua. Lezioni frontali collettive, lavoro al chiuso. Gli orari sono stabiliti secondo le esigenze degli insegnanti.

3) Massima attenzione al “prodotto”; interrogazione con voti, si richiede velocità, attenzione e partecipazione continua. Costante il rischio di venire umiliati davanti alla classe

4) Frequente rotazione dei docenti. Interruzione a comando delle attività; frammentazione degli orari.

5) Giudizi, voti, premi, verifiche: clima competitivo; ogni mezzo è considerato valido per portare gli allievi agli obiettivi pre definiti. Le voci degli adulti sono spesso elevate e minacciose.  Il clima competitivo non favorisce lo scambio e la collaborazione. Bambini e ragazzi sono “esplosivi”; frequenti i  problemi disciplinari.

6) Bambini e ragazzi devono adattarsi ai programmi della scuola e ai loro contenuti.Le materie sono considerate come contenuti da memorizzare, senza connessione con l’umanità e la vita.

Scuola attiva

1a) Ambiente classe accuratamente preparato con angoli polifunzionali; tavoli e sedie leggeri facilmente spostabili a piacimento dagli stessi allievi secondo le esigenze. Cattedra assente ; i posti sono liberi, si lavora anche in piedi o a terra.

2a) I tempi di attività sono scelti dagli allievi che ,interessati a ciò che scelgono, lavorano anche in assenza di adulti.  Discussione, confronto, presentazioni individuali e di gruppo. La diversità è un valore ; il fatto di trovarsi tra età e motivazioni differenti accresce interesse reciproco al lavoro degli altri.

3a) Massima attenzione al “processo” di sviluppo e al comportamento; non si danno voti, libertà di iniziativa ma si esige un lavoro ordinato.Il bambino viene incoraggiato e sostenuto, l’errore è un mezzo di crescita.

4a) Massima stabilità degli insegnanti; niente rotazioni in breve tempo che creerebbero ansia e limiterebbero la concentrazione  e l’interesse al lavoro. I bambini e i ragazzi in difficoltà in tale ambito vengono seguiti con particolare attenzione.

5a) Gli insegnanti non esprimono giudizi, controllano i loro modi e la loro voce; clima solidale, ascolto  e aiuto reciproci. Se si lavora bene a scuola non occorrono compiti a casa dove mancando l’aiuto dell’insegnante qualcuno potrebbe avere dei problemi per eseguirli. Si favoriscono l’autocorrezione e l’autovalutazione, 

6a) I programmi sono adattati ai bambini e ai ragazzi sia nei contenuti che negli obiettivi. L’abitudine alla discussione e all’ascolto degli altri favorisce l’assunzione di responsabilità, la lealtà e l’attinenza alla verità dei fatti.

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3 Responses to “Due modelli a confronto”


  1. 1 Ana Isabel González 17 febbraio 2014 alle 11:33

    Buon giorno, sono d´accordo con questo aricolo. Io che sono maestra con alunni trai 3 ai 5 anni lavoro in maniera simile. Nella classe ci sono “rincones” di lavoro e sempre cominciamo a insegnare dal punto in cui sono gli alunni. Molte grazie por gli articoli. Ana.

  2. 2 Lori 17 febbraio 2014 alle 23:52

    …idee interessanti e condivisibili, ma con una serie di perplessità…:
    1) modello difficilmente realizzabile interamente: ho assistito (da esterna) a situazioni “libertarie” con esiti anarchici e disosordinati dal punto di vista della disciplina, difficilmente definibili motivanti…
    2) un modello simile presuppone un approccio familiare e societario diverso (bisogna prima agire sul contesto da cui i bambini vengono)
    3) ritengo che nella sostanza molte delle affermazioni che si definiscono peculiari della scuola libertaria siano un poco “scontate”, in quanto buone pratiche quotidiane insite di per sé nel mestiere dell’insegnare, che ovviamente non si limita alla trasmissione di contenuti, ma alla costruzione di valori, confronti, condivisione, messa in gioco costante dell’adulto e dell’alunno, ascolto, condivisione, bla bla bla.. Ogni insegnante che ritiene di aver di fronte una persona in quanto valore di per se stessa, oltre che un alunno, si comporta già in questo modo, senza etichette libertarie o tradizionali: il resto a volte, scusate, mi appare retorica
    4) quali sono gli “strumenti” che ci vengono forniti oggi a scuola, dove, dietro alla facciata della scuola all’avanguardia digitalizzata ed al passo coi tempi, si assiste alla realtà di continui tagli di risorse e costante “squalificazione” del ruolo dell’insegnante? anzitutto arrivino il rispetto e la valorizzazione, economica e morale, di questo lavoro! poi si può parlare di modelli, prima di priorità e di riconoscimento del ruolo della scuola nella società (oggi nullo)
    5) infine… i figli che arrivano alla scuola sono il prodotto anzitutto delle loro famiglie e delle loro dinamiche, del tempo dei genitori perso e non più dedicato ai figli, del molto tempo dedicato all’iper-attività e ai super-corsi, e poco dedicato alla parola ed all’ascolto: dunque educhiamo prima le famiglie.
    mi scuso ancora per questa accozzaglia di pensieri in libertà…..

  3. 3 Ferdinando 18 febbraio 2014 alle 21:57

    ogni tentativo realizzato all’interno di questo sistema sociale e scolastico appare imperfetto e inefficace perché ha gravi problemi ad affermarsi in modo completo. Aspettare che cambi tutto, società e famiglia ad esempio, per poi cambiare la scuola mi sembra sinceramente un pretesto per dire di non poter far nulla ; soprattutto se si pensa che in fondo basta un po’ di buon senso personale per essere bravi insegnanti. Siamo così schiacciati dal sistema da non riuscire più a reagire rimandando ogni azione di cambiamento a quando esso ci permetterà di farla; cioè mai?


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