Studenti che non vogliono

L’esperienza scolastica accomuna tutti gli educatori nella consapevolezza di quanto sia oggi difficile insegnare ai ragazzi. Per quanto ci si faccia in quattro, si studino forme didattiche attraenti e motivanti (almeno dal punto di vista della cattedra) sembra che nulla serva davvero  a far scattare la voglia di interessarsi al sapere nella maggior parte degli studenti. Li portiamo fuori per una lezione all’aperto? Facciamo un’esperienza in laboratorio?  Un lavoro di gruppo? Trovano il modo di farci pentire, di fare tutto meno che partecipare con più gusto , imparare più solidamente. Spesso  l’insegnante è indotto ad arrendersi a tale apparente irriducibilità dei suoi studenti: “non c’è davvero nulla che li possa indurre ad appassionarsi alla scuola , l’unico modo per farli studiare è interrogarli di continuo”. Ma è davvero questa la giusta conclusione?A scuola mi domandarono come volessi essere da grande immaginidivertenti.org

Crediamo di  no. La demotivazione allo studio ha radici troppo profonde  perché basti qualche lezione entusiasmante a superarla. E’ una forma culturale di passivazione di fronte alla scuola e a tutto ciò che la scuola impone. Generazioni di studenti sono stati allevati secondo le regole del profitto, una parte di essi sono divenuti insegnanti e a loro volta hanno continuato ad allevare giovani secondo lo stesso modello culturale.  Dalla prima elementare in su gli studenti imparano progressivamente e inesorabilmente a studiare, impegnarsi, essere responsabili, solo in cambio di un premio o, dove esso non funzioni, sotto  minaccia di punizione. L’insegnante  assume sempre più la funzione di controllore e poliziotto del sapere per cui viene espulso gradatamente dal circolo della confidenza  e del riferimento, particolarmente nel periodo della preadolescenza e dell’adolescenza quando più forte è il bisogno di fare gruppo e trovare punti di aggancio emotivi e relazionali. Si innesca così il “gioco” di ruolo  tra “guardie e ladri”  che finisce per avvelenare e condizionare tutta la vita di classe. Per quanto il singolo insegnante possa fare per organizzare una didattica più attrattiva, delle relazioni più affettive o democratiche, il ruolo che gli viene attribuito e quello che i ragazzi si attribuiscono difficilmente cambia in tempi brevi. La scuola e gli insegnanti sono ormai il fronte avversario  : il prof.  porta fuori la classe,  da tempo per discutere,  lascia libertà d’azione, bene,  si può approfittare per interagire, parlare , scherzare  e al diavolo l’insegnante con i suoi pedanti obiettivi. Solo un lungo e paziente lavoro di fiducia, di dialogo (……e di inibizione delle reazioni a catena che nascono nella mente e nel cuore dell’insegnante) possono sortire l’effetto di riaprire il gioco facendosi includere nel gruppo  come punto di riferimento anziché come avversario. Meglio sarebbe attuare la Pedagogia del Gratuito dall’inizio, come sistema, come intesa collettiva di insegnanti e genitori per far crescere ragazzi con l’idea che il sapere è bello perché libero. Si vedrebbero allora i risultati : la formazione di una comunità educante centrata sulla fiducia e sulla responsabilità reciproca . Don Milani aveva creato essenzialmente questo e proprio per tale ragione è riuscito ad insegnare qualcosa di grande ai suoi allievi: il sapere che non serve ai voti , alla competizione  e alla carriera personale bensì  alla vita  di ognuno e di tutti, alla società .

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La “scuola del gratuito” è un progetto pedagogico che si pone come obiettivo un’educazione capace di liberare la scuola e la società dai disastrosi condizionamenti della cultura del “profitto”. leggi tutto

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