Metro, filo e forbici: sarti o educatori?

Febbraio, tempo di scrutini. Una prassi scontata come scontato è ormai  il senso metrico della valutazione stessa ,  sintesi aritmetica dei risultati ottenuti dagli studenti. La misurazione fa parte degli istinti ancestrali dell’uomo: misurare le bocche da sfamare, le prede della caccia, le distanze da percorrere, il raccolto dei campi, i possedimenti, le merci, etc…Un istinto che ha permesso di compiere epocali progressi in ogni campo della vita civile e della conoscenza scientifica che si adatta ad ogni prodotto dell’attività umana meno che all’uomo stesso nella sua essenza intellettuale e spirituale.Tailoring setup, High resolution image.

Difficile misurare l’intelligenza ( il Q.I con cui si è provato  a farlo appare superato dopo le evidenze scientifiche sulle molteplici forme di intelligenza) come  i sentimenti, la bontà, la creatività e altri aspetti dell’interiorità umana perché essa non è inquadrabile ma imprevedibile, misteriosa nelle origini e nell’evoluzione . La Psicologia seppure progredita enormemente è capace oggi di indicare relazioni probabili tra cause ed effetti del comportamento umano senza riuscire  a definire il peso specifico delle innumerevoli variabili di cui esso è composto. E neppure la Pedagogia è capace di previsioni esatte in merito all’educazione dell’individuo tanto che Maria Montessori ritiene che non si possa valutare il bambino su ciò che produce ma solo in relazione al suo processo educativo. Oggi neppure le  aziende assumono persone sulla quantità di conoscenze e titoli posseduti ma  sulla elasticità, la passione, l’intraprendenza, la capacità di lavorare in squadra. Solo la scuola è rimasta alla misurazione degli allievi generando di fatto una classificazione degli studenti in bravi, mediocri e somari. Una classificazione che condiziona non solo gli studenti nel processo di apprendimento ma gli stessi insegnanti come dimostra “l’effetto Pigmalione” studiato da Rosenthal e Jacobson. Di fatto nessuno parla di misurazione scolastica ma più politicamente di valutazione degli obiettivi o anche, con un termine di tendenza, di valutazione delle competenze, intendendo pur sempre che il voto  in pagella   corrisponde comunque  alla pedestre media  dei voti accumulati.  In realtà l’atto del valutare esprime un’azione pienamente educativa  se inteso nel giusto significato di  “dare valore” .Valutare significa infatti evidenziare le potenzialità della persona perché essa possa prenderne coscienza e motivarsi alla crescita. E’ un processo maieutico che fa uso più della leva che del metro, del far uscire più che del classificare. Il lavoro di educatori è giusto questo, il “tirar fuori”; e poiché nessuno sa quanto c’è da tirar fuori in un ragazzo o in un bambino questo “quanto” non può essere misurato. Solo il riempire  permette di definire una misura, la nostra, cioè quello che vogliamo che gli allievi apprendano. I nostri scrutini non assomigliano lontanamente a degli incontri  di educatori che  valutano , molto di più  a  laboratori di sartoria ove , metro alla mano, si taglia e si cuce .

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