Ho fatto veri i filosofi di Raffaello

di Franco Lorenzoni

La frase più bella l’ha detta Marianna alla fine della quinta elementare: “Raffaello i filosofi li ha fatti veri per metà, noi per l’altra metà”. Erano quattro mesi che stavamo immersi ne “La scuola di Atene” di Raffello, ogni bambino aveva scelto uno scienziato o filosofo di quello straordinario affresco e l’aveva copiato, ridipinto. Gli aveva scritto lettere e ricevuto risposte e questo viaggio ci aveva così tanto preso che, alla fine dell’anno, abbiamo deciso di mettere in scena frammenti di quelle conversazioni ed esperimenti, come il calcolo della lunghezza del meridiano suggeritaci da Eratostene.

Ciò che più mi ha colpito della frase di Marianna è la chiarezza con cui ha nominato l’elemento chiave di ogni processo di apprendimento.

Se tu non trovi il modo di fare tuo un quadro, un libro, un argomento di storia e anche un teorema, se non lo riscrivi dandogli vita a modo tuo, con parole e sentimenti e ragionamenti che non possono essere che tuoi, quell’oggetto culturale rimarrà distante, inerte, morto. I più veloci impareranno a memoria quattro parole che lo definiscono e magari sapranno anche rispondere a una verifica e far felice l’insegnante, ma presto lo dimenticheranno.  Apprendista, Scuola, Ragazzo, Disegno

Ciò che più conta nel processo educativo sta nella lunga manovra di avvicinamento che con pazienza, preparazione e convinzione noi docenti dobbiamo proporre per permettere a tutti di costruire una relazione viva con ogni manufatto culturale. Aldo Capitini, grande educatore pacifista perugino, sosteneva che tutti è una parola sacra. Tutti è la sfida con cui ci confrontiamo ogni mattina, quando proviamo a non dimenticare l’articolo 3 della Costituzione, che ci invita a rimuovere gli ostacoli della disuguaglianza là dove cominciano a prendere forma e consolidarsi, nella scuola elementare. Nella mia esperienza il miglior modo di azzardare questa difficile impresa sta nel differenziare metodi e linguaggi e usare tutto il corpo. Emma Castelnuovo, grande didatta della matematica, sosteneva che le mani sono più democratiche della testa, invitandoci a manipolare i concetti matematici per renderli alla portata di tutti. Ma per fare tutto ciò dobbiamo proporre meno argomenti e trattarli in modo approfondito, rallentando drasticamente il cammino. Se ci diamo il tempo di ascoltare cosa ciascuno di noi ha trovato ne “Le streghe” di Roald Dahl, ci accorgiamo che ogni bambina o bambino ha scoperto cose diverse e, nel condividerle, sta al tempo stesso raccontando le streghe e raccontando di sé, delle proprie emozioni e paure, del proprio modo di guardare il mondo. Ci accorgiamo così che entrare nella letteratura e conoscere noi stessi non sono processi separati ma azioni che si nutrono vicendevolmente, perché la cultura è relazione o non è.

Ma perché bambine e bambini si accorgano della ricchezza di questo percorso, devono incontrare un ascolto attivo da parte di adulti capaci di dare dignità alle loro parole e prestar loro attenzione, non solo per controllare se ripetono bene quel che gli è stato detto. Adulti che abbiano la pazienza di avvicinarsi con cautela e curiosità sincera ai mille modi in cui si esprime l’immaginario infantile quando tenta di dare forma al mondo. Oggi le nostre scuole sono popolate di straordinarie differenze sociali, linguistiche, culturali.

“Diversità è ricchezza” è una bella frase, ma rischia di essere retorica. Diversità è anche fatica, ostacoli da rimuovere con impegno e pazienza. Per far sì che la diversità non generi discriminazione c’è un enorme lavoro da fare. Personalmente impiego mesi, talvolta anni, a costruire quell’ascolto reciproco che ci fa dire al mattino, entrando in classe, oggi siamo curiosi di sapere cosa pensano della luna grande Manuel o Nisrin. E’ quando tutti si è curiosi del parere di ciascuno che sento che tra noi si sta creando una comunità. Comunità, sia pur provvisoria, dove concretamente ci accorgiamo, giorno dopo giorno, quanto il crescere insieme ci nutra.

La scuola non deve imitare il proprio tempo ma provare a intonare un controcanto. Se non è un po’ meglio della società che la circonda, cosa ci sta a fare?

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