Un’ integrazione….. di troppo

Sulla riforma della “Buona Scuola” si è detto tanto e di più e non ci stancheremo di ribadire la  nostra  contrarietà  dal punto di vista  pedagogico e democratico;  un aspetto   passato  un po’ in secondo piano  e sul quale vogliamo  tornare è  invece quello che riguarda  l’integrazione scolastica dei soggetti più deboli

Che fine ha fatto l’integrazione con l’avvento della “Buona Scuola”?  A due anni dalla sua entrata in vigore facciamo il punto sulla situazione .bambini disabili: Stickman Illustrazione di un infermiera prendersi cura di bambini disabili

Il Decreto 378  attuativo della legge 107/2015 ,relativo all’inclusione scolastica,  al traguardo dell’approvazione definitiva, prevede, in sostituzione dei due gruppi di lavoro di istituto e provinciale, un unico gruppo di lavoro territoriale per l’inclusione (GIT) che non contempla la partecipazione delle famiglie dei soggetti disabili ma è costituito esclusivamente da personale tecnico che non conosce ne l’allievo o l’allieva  ne il contesto scolastico in cui esso o essa   sono inseriti. Tra i suoi compiti  uno di vitale importanza strategica, la quantificazione del fabbisogno orario  del sostegno( prima definito dal gruppo di lavoro  di istituto). Appare evidente come tagliando fuori da tale decisione  i diretti interessati (scuola e famiglia) il Ministero vedrà ridursi le cause legali ( fino ad ora regolarmente perse) per non aver ottemperato al numero di ore richieste.

Lo stesso decreto prevede che in presenza di allievi disabili le classi non debbano “ di norma “ superare i 22 allievi aprendo di fatto con un semplice avverbio la strada  al ripopolamento delle classi anche in presenza di necessità speciali di integrazione. Quante eccezioni  “ di norma” saranno da prevedere , chi le stabilirà ? Non è difficile immaginarlo….

La dizione  poi  “ nei limiti delle risorse disponibili” che all’articolo 3  lega l’attuazione degli interventi degli Enti Locali  a favore dell’inclusione (assistenza educativa,  trasporto ,  fruibilità degli spazi scolastici) alla disponibilità  economiche  degli stessi, non potrà che perpetuare una riduzione di investimenti a favore della partecipazione piena dei  soggetti disabili alla vita scolastica .

Ad  aggravare ulteriormente il quadro concorre il Decreto attuativo 384 sulla valutazione secondo il quale i soggetti che effettueranno prove differenziate  riceveranno il diploma solo se tali prove saranno “equipollenti a quelle ordinarie” Come dire che molti ragazzi e ragazze con Piano educativo personalizzato, al termine della  terza media, non potranno più usare il titolo per validare il proseguimento degli studi se la loro prova d’esame sarà stata  facilitata o ridotta.

Come non vedere in queste svolte  della legge 107 dei passi di arresto  nel processo culturale di inclusione portato avanti faticosamente ma   costantemente negli ultimi quarant’anni? Agguati   all ’inclusione lo stesso Ministero ne ha sempre compiuti  , è vero, ma è stato quasi sempre sconfitto dove si à avuta la possibilità di ricorrere ai giudici. Se non interverranno modifiche al  DL 378 non sarà più così.

L’articolo 1, in un acuto  demagogico, dichiara che “L’inclusione scolastica è impegno fondamentale di tutte le componenti della comunità scolastica le quali, nell’ambito degli specifici ruoli e responsabilità, concorrono ad assicurare iI successo formativo degli alunni e degli studenti”.

Ma come si pensa  possibile assicurare il successo formativo dei giovani, in particolare di  quelli che vanno maggiormente sostenuti, riducendo  spese e interventi  in loro favore? O forse si pretende che comunque debbano essere le singole istituzioni scolastiche a  farsi carico totalmente della buona riuscita del compito educativo che non spetta solo agli insegnanti ma alla società intera? Non si può tornare indietro nell’integrazione, non si posso forzare e sconnettere  leggi  come la 104 /92  che ci hanno portato ad essere  i primi nel mondo a  creare una scuola potenzialmente davvero inclusiva . Quasi a dire che ciò che di meglio abbiamo ….forse è troppo. Colpiti dalla sindrome del “fanalino di coda” non sappiamo  investire sulle qualità migliori della nostra cultura per inseguire la logica del PIL che da un pezzo ha perso di vista la persona.

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