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La Pedagogia Difensiva

Proponiamo ai nostri lettori un interessante articolo di  Franco Nanni su  www.giuntiscuola.it/lavitascolastica/ riguardante la cosiddetta Pedagogia Difensiva ovvero la trasformazione della Pedagogia scolastica ai fini della autodifesa degli insegnanti e dei dirigenti. Un pericolo enorme che tutti i soggetti della scuola percepiscono sempre più nettamente nel panorama burocratico degli ultimi tempi .

 

Sulla recente riscoperta dell’obbligo di riconsegna dei minori di 14 anni ai genitori, come se fossero infanti, è stato già scritto molto, rimarcandone le nefaste conseguenze, educative e non solo. Questa vicenda dovrebbe però insegnarci qualcosa di più, costringendoci a prendere atto che siamo ormai nella fase matura di quella che vorrei definire pedagogia difensiva, un concetto parallelo a quello già noto di medicina difensiva.Risultati immagini per immagini insegnanti stanchi

Si tratta di una pedagogia “altra” che rischia pericolosamente di sostituire quella autentica. Raffaele Iosa ha usato per primo l’espressione in un suo articolo e oggi, dopo due anni, la situazione non è migliorata. Cosa intendo ora con questa espressione?
La pedagogia difensiva indica ogni strutturazione dei luoghi e delle prassi educative che non abbia più come obiettivo principale la costruzione del cittadino di domani sul piano intellettivo, morale e sociale, bensì quello di mettere al riparo l’istituzione o determinate sue componenti da possibili contestazioni, ricorsi, rivendicazioni e denunce.
È in nome della pedagogia difensiva che al docente viene richiesta più attenzione a ciò che sta scritto sui verbali e sulle relazioni, piuttosto che a ciò che è stato concretamente attuato nelle situazioni educative e didattiche, in modo da essere al riparo nella eventualità di ricorsi. È sempre in nome della pedagogia difensiva che il rispetto delle astratte normative sulla sicurezza viene molto prima del benessere, della spontaneità e della buona relazione pedagogica.

Quando si guarda l’arredo di un’aula o di altri spazi e ci si domanda quale disposizione adottare per evitare contestazioni e denunce, anziché domandarsi quale sia più funzionale a creare agio e facilitazione al personale e agli alunni.

Sullo stesso piano, naturalmente, è prescrivere la consegna di alunni delle scuole medie al genitore per evitare guai giudiziari, anziché promuovere la loro autonomia ormai anagraficamente necessaria.
Auspico sinceramente di assistere a un risveglio delle coscienze verso una pedagogia costruttiva e spero che, si perdoni il bisticcio, si inizi a difendersi dalla pedagogia difensiva.

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Valutare = dare valore

Valutare per dare valore è il titolo di uno dei tanti gruppi di lavoro che ha animato il terzo convegno tenutesi a fine settembre della Scuola del Gratuito. Un gruppo di lavoro molto interessante e vivace dal quale sono emerse sollecitazioni e percorsi in un’ottica di Gratuità e di Motivazione. Interessante è stato constatare che la Scuola del Gratuito è in perfetta linea con le Indicazioni Ministeriali del 2012.

L’attività di gruppo ha messo in evidenza una circolarità: punto di partenza è la persona che apprende e le Indicazioni Ministeriali come guida, da cui partono diverse frecce verso la relazione, la motivazione, il percorso, l’autovalutazione, per poi ritornare sempre alla persona che apprende.

Dal confronto e dalla discussione sono nate alcune domande: Chi valutiamo? Cosa valutiamo? Come valutiamo?                                                    

Chi valutiamo? È necessario partire dalla persona che apprende.

Nel processo di apprendimento l’alunno porta una grande ricchezza di esperienze e conoscenze acquisite fuori dalla scuola e attraverso i diversi media oggi disponibili a tutti, mette in gioco aspettative ed emozioni, si presenta con una dotazione di informazioni, abilità, modalità di apprendere che l’azione didattica dovrà opportunamente richiamare, esplorare, problematizzare. In questo modo l’allievo riesce a dare senso a quello che va imparando”     (dalle I.N.2012).

Compito della scuola quindi è valorizzare l’esperienza e le conoscenze degli alunni, per ancorarvi nuovi contenuti e formare ogni persona sul piano cognitivo e culturale affinché possa contribuire in modo personale al proprio futuro all’interno di percorsi formativi sempre più vicini alle attitudini, desideri, sogni dei ragazzi dove vengano davvero valorizzati gli aspetti personali di ognuno.

Trasmettere solo contenuti, oggi non è più possibile.

Partire dalla persona che apprende significa accoglierla e aiutarla ad esprimersi completamente: sviluppare la propria originalità. In questa prospettiva, i docenti dovranno pensare e realizzare i loro progetti educativi e didattici non per individui astratti, ma per persone che vivono qui e ora, che sollevano precise domande esistenziali, che vanno alla ricerca di orizzonti di significato” (dalle I.N.2012).

Il processo di apprendimento avviene però all’interno di una relazione significativa, una relazione capace di accogliere l’altro come è, che non giudica, che non umilia. L’uso di un linguaggio adeguato, la possibilità di riflettere sui propri errori, l’assenza di un preteso adeguamento ad un modello di alunno ideale, permette al ragazzo di esprimersi e di capire i propri limiti.

Cosa valutiamo?                                            

La domanda si innesta in uno scenario davvero attuale legato alla Didattica per Competenze. Non si valuta solo il prodotto, ma anche il processo. La valutazione non è la somma di verifiche, legate prettamente ad un risultato oggettivo, ma è “formativa” e quindi coinvolge in toto la persona. La valutazione autentica – dice Comoglio – si basa sulla convinzione che l’apprendimento scolastico non è un accumulo di nozioni, ma la capacità di generalizzare, di trasferire e di utilizzare la conoscenza acquisita a contesti reali. Per questo nella valutazione autentica le prove sono preparate in modo da richiedere agli studenti di utilizzare processi di pensiero più complessi, più impegnativi e più elevati.

E ancora… sicuramente a diversi di noi è capitato di osservare studenti eccellere in test a scelta multipla, ma quando viene richiesto loro di dimostrare ciò che sanno in una prestazione concreta, sembrano confusi e si dimostrano poco competenti rispetto ai risultati dei test.

Un esempio per capire meglio questo concetto: si pensi a come sia possibile conoscere molto bene come funzioni una macchina, il motore, gli ingranaggi, si conosca bene il codice della strada, ma poi si sia estremamente insicuri nel guidarla in mezzo al traffico cittadino. Oppure si pensi ad un ragazzo che conosce bene la storia, che eccelle nelle verifiche, ma che a malapena sa chi e cosa sia il proprio presidente della repubblica. In altre parole: si ha sì una certa dose di conoscenza, ma slegata dalla realtà.

Ecco quindi necessario il cambiamento, non basta più valutare solo concetti o conoscenze, perché questo non dimostra le reali capacità di ragionamento, ma se si opera su contesti reali, mettendo in gioco ragionamento e creatività, si raggiunge il vero apprendimento: l’apprendimento per la vita e non quello per la prestazione.

Non solo, ma anche l’autovalutazione assume un valore importante: permette di conoscersi meglio, di capire più profondamente i propri progressi, genera fiducia e responsabilità. É ormai assodato che la competenza sociale e quella individuale, si sviluppano in maniera proporzionata al grado di consapevolezza di quello che si sta facendo. È necessario che la scuola non si limiti al “fare”, ma aiuti i bambini a riflettere su quello che fanno (didattica meta-cognitiva).

“Promuovere un processo di autovalutazione è la naturale conclusione del processo di apprendimento. Infatti, se la scuola deve avere fra i suoi principali fini educativi quello di portare gli studenti ad apprendere per tutta la vita, verrà meno a tale scopo se fuori di essa lo studente non saprà autovalutarsi nel suo continuo processo di apprendimento e riapprendimento.
La valutazione scolastica ha invece separato i compiti. Lo studente apprende ma chi valuta il suo apprendimento è l’insegnante.”  
(M. Comoglio)

Come valutiamo?

La centralità della persona trova il suo pieno significato nella scuola intesa come comunità educativa, una comunità di pari dove la competizione lascia il posto alla motivazione in quanto ognuno trova la sua strada diversa da quella del compagno. Torniamo sempre alla relazione, a quella relazione significativa già espressa ampiamente prima. L’importanza di mettere gli alunni nella condizione di costruire il loro apprendimento, in un’ottica di condivisione di intenti e anche di gruppo, permette di creare legami importanti per lo sviluppo personale di ognuno.

Le prove, le verifiche assumono un vestito diverso e diventano percorsi da realizzare, problemi da risolvere, situazioni da analizzare, discussioni da affrontare…per crescere in un pensiero critico, educato, capace di sostenere tesi e idee. In pratica di assumere il proprio ruolo in un mondo che è in continuo cambiamento.

E ancora…faccine, voto numerico, punteggi sono ancora validi? Sono ancora motivanti? Lasciamo a voi continuare a riflettere, ognuno ha la libertà di utilizzare le forme che desidera. Certo è che la Scuola del gratuito utilizza il dialogo, racconta al bambino, al ragazzo il suo percorso, mettendo in evidenza i suoi punti di forza, i suoi aspetti positivi e considera i limiti personali, sfide da superare per dare sempre il meglio di sé.

Quello che sembra fondamentale è utilizzare una valutazione che non cristallizzi il bambino in una prestazione, ma lo incoraggi nel processo di apprendimento.

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Cos’è la scuola del gratuito

La “scuola del gratuito” è un progetto pedagogico che si pone come obiettivo un’educazione capace di liberare la scuola e la società dai disastrosi condizionamenti della cultura del “profitto”. leggi tutto

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